La paura di crescere: stili di attaccamento e senso di sicurezza nell’adulto
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In base a statistiche recenti di Eurostat, l’età in cui i giovani italiani lasciano la casa dei genitori è intorno ai 30 anni. Dopo gli italiani, a fine classifica, ci sono solo pochi paesi, come la Slovacchia e la Croazia.
L’età media europea è invece intorno ai 25,9 anni.
I primi ad uscire di casa sarebbero gli svedesi (a 17,8 anni), seguiti dal Lussemburgo (a 20,1 anni), dai danesi (a 21,1 anni) e finlandesi (a 21,8).
Fonte: Eurostat
Ma perché i giovani italiani vanno via di casa così tardi?
Molti studi e ricerche effettuate nel campo della sociologia e psicologia rilevano come per molti giovani sia sempre più difficoltosa e posticipata l’uscita dalla propria famiglia d’origine.
Diverse e molteplici sono anche le cause: economiche, socio-culturali e ambientali.
Si rileva come spesso la famiglia italiana tenda, in genere, a sfavorire la indipendenza e ad iper-proteggere, sia emotivamente che economicamente i propri figli, con un eccesso di amore e controllo, che bloccano spesso l’autonomia dei figli, generando, a lungo andare in essi, ansia, egocentrismo e bassa capacità di tollerare le minime frustrazioni.
Si parla di “famiglia invischiata” (termine coniato dallo psicoterapeuta familiare S. Minuchin), quando i confini (le distanze) fra i propri membri sono labili ed il genitore percepisce il figlio come un prolungamento di lui stesso, trattenendolo a sé, mentre il figlio, nelle fasi di transizione e crescita, cerca naturalmente di svincolarsi e rendersi autonomo. È chiaro che il genitore agisce non intenzionalmente, ma spesso in modo del tutto inconsapevole, in base a bisogni propri irrisolti, e tale comportamento può causare delle conseguenze importanti. L’invischiamento rappresenta quindi una strategia messa in atto per evitare la paura del cambiamento, dove i membri della famiglia vengono tenuti “incollati” e legati gli uni agli altri.
Nell’ottica della teoria dell’attaccamento, un ruolo importante lo riveste lo stile educativo familiare ed il tipo di legame di attaccamento che fin da piccolo l’individuo instaura con le proprie figure di accudimento (i genitori).
Molte ricerche in questo campo sottolineano come la presenza di un legame di attaccamento genitore-bambino insicuro (soprattutto di tipo ansioso o evitante) ostacolerebbe maggiormente lo sviluppo di una personalità adulta “sicura”, autonoma ed indipendente, sia a livello fisico che emotivo.
Ricordiamo che il concetto di attaccamento è stato introdotto da J. Bowlby, ricercatore britannico, il quale evidenzia come il bambino appena nato tenda a sviluppare un forte legame di vicinanza, detto attaccamento, appunto, verso la madre o verso chi si prende cura di lui. E la qualità di tale relazione con il caregiver (colui che fornisce cura) è vitale per la crescita mentale, fisica, sociale ed emotiva del bambino. Una buona relazione di attaccamento permetterà al bambino di oggi di divenire un adulto sano ed autonomo un domani.
Più un genitore sarà responsivo e sensibile ai bisogni del figlio, più il bambino inizierà a sentirsi accolto e protetto da questa BASE SICURA che è il genitore, e di conseguenza ciò permetterà anche al bambino di poter rimanere solo con se stesso, via via individuarsi e separarsi serenamente dal genitore, per esplorare con fiducia l’ambiente esterno.
Quindi, divenuto un adulto, il soggetto incorporerà e farà suo questo schema relazionale imparato nell’infanzia tramite la relazione con le figure di riferimento, riproponendolo nelle sue relazioni future con gli altri (partner, coniuge, figli, ecc).
Bowlby, e successivamente M. Ainsworth, hanno individuato 4 tipologie o stili di attaccamento, in base a delle ricerche e situazioni sperimentali da loro studiate, dove osservavano come il bambino, messo in un contesto nuovo e non familiare, reagiva alla separazione dalla madre e a come poi si riuniva ad essa quando la rivedeva.
Questi i 4 stili d’attaccamento che sono stati rilevati:
Da ciò si evince che la prima tipologia di esperienze d’attaccamento, quello sicuro, creerà un terreno fertile per permettere al bambino di divenire un adulto autonomo e separato, con un senso del sé integro, stabile e centrato, e che con maggiore probabilità sappia staccarsi dalla propria famiglia d’origine, quella stessa famiglia che lo ha sostenuto, ascoltato ed incoraggiato fin da piccolo ad esplorare con fiducia e curiosità il mondo esterno.
Secondo il modello terapeutico dell’Analisi Transazionale, un adulto autonomo e sicuro, spesso è colui che, fin da piccolo, ha ricevuto anche tutta una serie di PERMESSI dai propri genitori, quali, ad esempio:
“PUOI CRESCERE”, “PUOI PENSARE CON LA TUA TESTA”, “PUOI FIDARTI DI CIO’ CHE SENTI”, PUOI ESSERE VICINO AGLI ALTRI”, “SEI IMPORTANTE”, “PUOI FARCELA E RIUSCIRE NELLA VITA”, “PUOI ESPLORARE E FARE ESPERIENZA”, “FIDATI”, “SII TE STESSO”, “PUOI ESSERE VICINO AGLI ALTRI”, etc…
Questi sono alcuni di quelli descritti dai terapeuti americani Bob e Mary Goulding, analisti transazionali, che definiscono i permessi come dei messaggi positivi inviati dai genitori al figlio e che stimolano il suo sviluppo autonomo.
Dalla mia esperienza di psicoterapeuta che lavora con i giovani adulti, un percorso psicologico può offrire loro la possibilità di crescere e di cambiare, promuovendo, attraverso una relazione paritetica Adulto-Adulto, l’iniziativa personale e l’autonomia del giovane, lì dove essa sembra essersi bloccata.





2021 Elisa Rivelti - Psicologa Mogliano Veneto Treviso
2021 ELISA RIVELTI